Nelle pagine seguenti troverete tutti i libri di narrativa da me letti e recensiti a beneficio dei rispettivi autori e autrici
di Angelarosa Weiler
pubblicato su Amazon 2025
Non credo che un romanzo possa riparare la nostra o altre epoche, ma deve almeno provare a rischiarare il caos e l’oscurità in cui viviamo e siamo vissuti.
Sine Titulo certamente lo fa sollevando il velo che cela una terribile e poco nota vicenda accaduta nel Medioevo ma le cui conseguenze pervengono sino ai giorni nostri dando vita a una serie di logge neocatecumenali che tendono a contrastare gli epigoni di quella vicenda soprattutto in Francia, nelle zone di Albì e Tolosa in Occitania.
Di Sine Titulo si comprende solo all’ultima riga il significato del titolo, ma sin dalle primissime battute si evince il respiro grave, ampio, lucido del grande romanzo storico, grazie innanzitutto a una scrittura pulsante come una colonna sonora che macina cultura e sapere in un lento e inesorabile crescendo di immagini, tanto nitide quanto intrise di una poesia lieve e malinconica. Si ripercorre un arco di tempo compreso fra il 1244 e il 1278 due anni che corrispondono a due efferati eccidi perpetrati da Santa Romana Chiesa ai danni di una piccola e mansueta comunità di Catari: un movimento religioso dualista che si diffuse in Europa, specialmente nel sud della Francia e nell'Italia settentrionale, tra il XII e il XIV secolo.
Essi si definivano "buoni cristiani" e predicavano un ritorno alla purezza evangelica, contrapponendo il loro ideale di ascetismo e povertà alla ricchezza e al potere della Chiesa cattolica. La loro dottrina dualistica sosteneva l'esistenza di due principi: il bene (Dio, spirito) e il male (la materia, Satana), e rifiutava i sacramenti cattolici sostituendoli con il consolamentum. La Chiesa li considerò eretici, lanciando contro di loro numerose persecuzioni culminate con la Crociata albigese, così detta per la forte presenza catara nella città di Albì, e per le forti protezioni nobiliari di cui essi godevano, e istituendo l'Inquisizione medioevale per perseguitarli fino alla completa scomparsa.
Una comunità caratterizzata da un’energia silenziosa, una forza che non aveva bisogno di rumore per farsi sentire, neanche quando il vuoto e la devastazione che ha tentato di disintegrarla avrebbe potuto inghiottirla, trovando al contrario nella esile e mite figura di Esclamonde de Perella una forza che non solo non la distrusse ma l’ha resa d’acciaio. Lei trovò il modo di resistere a entrambi gli eccidi, di restare viva e di portare a compimento la missione cui era stata destinata: sottrarre alla distruzione i manoscritti che contengono la Conoscenza catara, un valore che va preservato finanche con la disobbedienza ai voti imposti dalla Fede. Perché ciò che conta non è il bene presente della comunità, ma quello futuro. Nel testo si evince la forza di questa donna e anche di molte altre donne, quella forza straordinaria che non ha bisogno di pomparsi i muscoli perché è una forza interiore che disarma con la dolcezza e vince con la saggezza, ma in realtà è la forza di tutti i “perfetti” sia uomini che donne, senza bisogno, già otto secoli fa, di fare distinzioni sessiste. Anche questa, che lezione!
La storia parte dunque da una prima Crociata in Occitania che vede la distruzione della roccaforte Catara di Montsegur e si chiude con una seconda crociata, quella di Verona, contro gli scampati alla prima che nel frattempo hanno trovato rifugio nella comunità di Desenzano sul Lago di Garda. In mezzo ai due eccidi vi è però una vicenda d'amore, amore platonico che tuttavia è amore a tutti gli effetti e a cui nessuno si può sottrarre.
E ciò che più colpisce alla fine è proprio questo. C’è un voto di castità che non si può infrangere neppure col semplice pensiero del desiderio d’amore, ma questo è più forte di ogni altra cosa e alla fine si cede perché “Siamo tutti angeli caduti”, come ci insegna questo libro (… Ah certo voi siete rinsecchita e gelida come gli stiletti di ghiaccio che si formano sul bordo dei tetti quando soffia il vento del nord dopo la neve. Ma non illudetevi di rimanere in bilico per sempre, appesa alle gronde della vostra presunzione e del vostro orgoglio. Con il raggio di sole giusto vi sciogliereste anche voi per cadere dall’alto, diventare liquida e allargarvi in una pozza sul terreno, questo ve lo posso garantire…).
Allora ci domandiamo se Dio, qualunque Dio, se la Religione, qualunque Religione, abbia davvero il diritto o il potere di chiedere sacrifici così avulsi dalla natura umana da venire disattesi anche dalle anime più pure come quelle di Léonard ed Esclamonde. Ma questa è una considerazione a parte, solo nostra. Quello che rimane di terribile alla fine della lettura di questo libro è invece la deduzione che la Religione se da un lato si fa prezioso e ineludibile argine alle molte derive degli esseri umani dando regole, conforto, rigore e speranza, dall’altro non può sfuggire al fatto che per imporsi talvolta ambisce quei poteri temporali dai quali vorrebbe prendere le distanze (… Purtroppo la riconciliazione tra Verona e il Papato sarebbe passata attraverso la sorte dei catari…) usandone persino i mezzi atroci della guerra e della persecuzione e generando nel suo stesso seno l’inquisizione più spietata per combattere chi minaccia tale potere, in questo caso la teologia catara dualista e con una visione del mondo in così radicale contrasto con la dottrina cristiana dell’Incarnazione di Cristo e dei sacramenti da costituirne appunto una minaccia (… il catarismo non è una religione è una scelta di vita…). E soprattutto per combattere e annientare una teologia in netto contrasto col bisogno della Chiesa cattolica di osteggiare alcune forme di conoscenza che contraddicevano le sue dottrine e la sua visione del mondo a causa di diverse motivazioni: la difesa della propria autorità, la visione teocentrica dell'universo e il timore che la scienza potesse svalutare la centralità dell'uomo nella creazione divina.
Non possiamo infine non sottolineare anche in questo libro della Weiler la presenza del lago che come sempre va oltre il suo essere “ambiente” di una storia, ma si fa esso stesso “personaggio” che accoglie, purifica, rigenera e infine si fa veicolo salvifico di colei che porta e custodisce il tesoro cataro: per l’appunto quella Conoscenza che l’oscurantismo cattolico ha cercato in ogni modo di distruggere.
Molte considerazioni verrebbero ancora da fare, per esempio le molte volte in cui il pensiero durante la lettura è andato alla diatriba teologica che va in scena nel Nome della Rosa di Eco; al rogo (rogo!) delle tre vittime di quel libro; ai delitti commessi per oscurare un libro antico che offriva Conoscenza e soprattutto la lievità del riso e del sorriso; a quella rosa delicata piena di profumo e soavità ma dotata di spine pungenti e dolorose che ogni tanto ricorre in queste pagine; a quel Nome che contiene un destino, Esclamonde, come la Rosa del titolo di Eco contiene mille riferimenti, forsanche a quei Rosacroce che compaiono nelle ultime pagine di Sine Titulo … ma tutto questo lo lasciamo scoprire ai lettori ai quali consigliamo senza esitazione questo libro potente e coraggioso, che riconvoca, come solo la letteratura ha il potere di fare, una storia sopita dal tempo, fatta di pergamena e nerofumo, da leggere in un soffio e rileggere con ponderazione.
Rossana Cilli 2025
di Cinzia Zuccarini
pubblicato da Diastema editrice 2022
Ho appena terminato la lettura del libro di Cinzia. Una lettura scorrevole e molto piacevole.
Questa storia ci conferma ancora una volta come la vita sia sempre e solo una questione di stile e misura.
In una Venezia settecentesca magnificamente descritta attraverso un’irresistibile galleria di personaggi, i suoi abitanti popolani e aristocratici, la sua vita mondana, i suoi colori, i suoi ponti che sembrano “sorrisi rovesciati”, ma anche attraverso i suoi palazzi sontuosi pregni di una vita a volte vacua e superficiale, ma anche di così tanti libri e testimonianze di arte, cultura e ricchezza quasi insostenibile, Prudenza cerca il suo posto nel mondo sempre pervasa dalla sensazione che essere vivi può generare la più intensa felicità o può essere piuttosto oggetto di paura e di infelicità. Soprattutto quando, forse solo per invidia, si ritroverà vittima di una ignobile maldicenza.
Molto intrigante l’escamotage di partire dal tempo attuale, da una scoperta fortuita e da un furto che farebbe pensare a un thriller, per raccontare poi un mondo solo in apparenza lontano da noi. Incluso nella tuttora irrisolta questione della collocazione paritaria della donna nella società. Certo fatte le debite differenze.
Anche lo stile narrativo scelto, la forma del diario, è una bella via per farci avvicinare a Prudenza come a una nostra compagna di strada in questo viaggio alla ricerca di sé stessa, del suo nome, della sua famiglia, dell’altra metà di un soldo, perché è come se si rivolgesse a ognuno di noi che leggiamo, e che ci sentiamo un po’ sue “sorelle”.
Ma ciò che veramente emerge dal libro, è che in tutta questa paura di non poter essere mai felice, la Musica viene a soccorrere immancabilmente Prudenza, grazie alla sua capacità di unire, di essere linguaggio universale, perfino di superare le differenze sociali, sia pure per il tempo di una esibizione assieme al blasonato padrone di casa. O quando, raramente, si intrattiene con la padrona.
“Un giorno mi ha detto di invidiare la fermezza con cui mi rivolgo a uomini di un censo superiore al mio, senza vergona. Il mio talento mi rende audace e lo studio meticoloso m’ha resa sicura, ho risposto…”.
La giovane ragazza, così legata al luogo dov’è cresciuta, protetta e al riparo da un mondo del tutto altro da lei, sembra solo in apparenza fragile, ella sa invece fronteggiare la mondanità meglio di quanto lei stessa creda, ed in questo si fa ancor più amare dal lettore, al quale però resta una sensazione di amarezza al pensiero della sua fine prematura e del suo talento rimasto perlopiù inespresso.
Le due pagine musicali forse attribuibili a lei che riemergono dal passato però ci confortano, perché vogliamo, anzi siamo certi, che siano sue. Belle e degne di essere citate accanto a un Vivaldi o a un Tartini.
Infine una parola sulla scrittura di questa autrice: uno stile il suo, piano, apparentemente “solo” corretto e semplice, ma all’improvviso capace di generare metafore ed espressioni di un lirismo e di una poesia che sorprendono e incantano, tanto da poterlo definire alla fine della lettura uno stile assolutamente radioso.
Rossana Cilli 2022
di Angelarosa Weiler
pubblicato da Aurea Nox editrice 2025
La lettura di questo romanzo mi ha catturata sin dalle prime righe, quelle che chi è abituato a leggere molto coglie subito come indicatore di quale penna si ha di fronte. Qui la penna è apparsa subito eccellente, vibrante, padrona di una scrittura che non teme l’inoltrarsi nella metafora, nella similitudine ardita, nell’evocazione e nel simbolismo. Ed è dunque diventata subito una lettura immersiva, e d’altra parte non si parla di lago? Sì il lago appunto come luogo e ambientazione, certo, ma qui come molto di più. Come il palcoscenico di un antico teatro greco sul quale canta un Coro. Il coro tragico che nella tragedia greca sottolinea l’azione che si sta svolgendo, la commenta, la spiega, la restituisce allo spettatore (lettore) in tutte le sue possibili sfumature e in tanti punti di vista quanti sono i capitoli del libro. Un Coro dunque ma che si fa solista in ogni suo elemento raccontandoci una tragedia che oserei definire edipica, sia per il rapporto tra un genitore (qui una madre, Lisetta) con il figlio (qui una figlia, Lucia), sia per il dramma di questo genitore-madre che deve sottostare appunto come Edipo al ricatto: involontario, volontario, morale, psicologico e sociale. Edipo fugge dalla sua città per sfuggire al suo destino, Lisetta fugge dalla sorella a Milano abbandonando la sua città sul lago, Laveno, per sfuggire al suo.
La scoperta/rivelazione della verità porta a un profondo sconvolgimento interiore, al punto che Lisetta accetta il suo destino di carcere e malattia di fronte a ciò che ha fatto nel passato e che le appare chiaro forse solo nel momento appunto della rivelazione alla figlia (Edipo si acceca in un atto di orrore e disperazione di fronte a ciò che ha scoperto su sé stesso). Ma prima di questo subisce, come Edipo, il ricatto sociale: la sua condizione di "essere perduto" è totale e si estende anche alla sua famiglia. Edipo viene bandito dalla città, così come i suoi figli saranno condannati a una vita di emarginazione a causa delle sue colpe, Lisetta si auto esilia portando con sé i figli e tuttavia, come nella più classica e pura delle tragedie greche, il destino deciderà altrimenti, riportando Lucia, la figlia destinata al riscatto, a tornare invece indietro verso quel lago che sembra avere un richiamo irresistibile per lei e per tutti coloro che ne vengono in contatto, e che così espierà la sua personale Nemesi prendendo su di sì le colpe dei genitori, con tutte le conseguenze del caso.
Un romanzo ricchissimo di spunti dunque dove alla fine la soluzione della tragedia sarà affidata alla rottura di quel Silenzio che già nel titolo indica l’atteggiamento che qui si moltiplica nelle sue interpretazioni ma che sempre riconduce a quel Lago che, muto non avendo voce, tuttavia indica, suggerisce, ammonisce, ispira e forse decide per tutti. Finché questo silenzio viene interrotto finalmente dal racconto della verità, l’unica scelta possibile per rivisitare il proprio passato sgombrandolo dalle bugie che hanno riempito tanti anni di vita e gettando sia pure in extremis quella luce che era sempre mancata.
Come definire questo romanzo? Una storia corale, sicuro; una storia familiare, anche, una sorta di saga che attraversa più generazioni grazie al filo conduttore del silenzio e del dolore, delle speranze deluse e delle scelte azzardate; un giallo anche, perché c’è un delitto e un’indagine molto sui generis. Tutto questo c’è nel romanzo di Weiler, di sicuro. Ma c’è molto di più. La scrittrice esplora attraverso la vicenda di questa famiglia, i grandi archetipi della letteratura quando questa dà il suo meglio: il senso del limite umano, il rapporto tra generazioni, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, l’amicizia, anche quella che spinge a tacere di un reato, il delitto e il castigo, la maternità, ma anche il senso dell’onore e della fedeltà a un patto che a volte, magari a seconda dell’area geografica, si esplicita in maniere molto diverse; c’è l’esplorazione dell’immigrazione, straniera e autoctona, e delle riflessioni che ciò comporta al lettore. E soprattutto c’è, come detto, il silenzio che si fa voce assordante, o minacciosa, ma più spesso voce muta e consolatoria, rifugio e speranza. Un grande romanzo. Non possiamo che unirci a chi lo ha già definito “una grande partitura orchestrale”. Weiler è la direttrice raffinata, consapevole, una di quelle bacchette che sul podio prendono di petto la partitura, con furibondo virtuosismo, e così facendo fanno emergere da ogni singolo strumento, e in questo caso da ogni singola voce del coro, tutte le contraddizioni in atto, le ambiguità emotive, i laghi, è proprio il caso di dirlo, di malinconia e di angoscia che questa storia contiene così come le sue ombre fuggevoli di vecchie e nuove presenze, spie, femme fatale, o aspiranti tali, ricchi viziosi e venali, bambini più consapevoli e attenti di quanto gli adulti vogliano credere, personaggi dalle voci castigate, sussurrate, gridate, e persino un cane saggio e libero come a pochi altri di questi protagonisti è dato essere, tutti come fotografati in posa lunga e dissolti lungo le parole così giuste, pregnanti, incisive di questa scrittrice.
Complimenti.
Rossana Cilli 2025
di Flavia Vighini
pubblicato in crowdfunding da Bookabook 2022
consigli a una giovane scrittrici di talento in cerca di un proprio stile
Cara Flavia,
sul punto “pathos”, il problema è proprio che quando si fa lo scrittore ci si mette in gioco per forza, cioè, di qualunque cosa parli, lo scrittore c’è, anche come persona e rivela sé stesso nelle parole che sceglie, nelle situazioni che descrive, in ogni recesso del libro, lui c’è. Non c’è la sua vita, ma c’è la sua anima, avere paura di mostrarla è un grande handicap, per cui, se vuoi scrivere, lo devi superare. In fondo non si tratta di raccontare la propria vita, le cose intime e private, ma si tratta di non aver paura di far attraversare le proprie pagine, dalla propria visione del mondo, perché risiede in questo la “verità” di un libro e quindi la sua capacità di avvincere e convincere.
Sul punto “romanzare”, il problema è non eccedere con la fantasia (a meno che non stai scrivendo un fantasy), per esempio, nel tuo caso bastava fare di Elvira un’arpia (esempi in letteratura ne puoi trovare migliaia, a partire dalla strega cattiva delle favole…), le prostitute di solito sono persino donne di buon cuore, sono piuttosto le arriviste, le egoiste, le gelose, le senza scrupoli che istigano al suicidio. Elvira tutto sommato l’hai tratteggiata bene sull’aspetto egoismo e arrivismo, secondo me bastava quello, ma non è così grave averne anche fatto una donna di facili costumi, era solo una mia osservazione.
Sul punto “storico”, mescolare la Storia con la S maiuscola con le storie minime con la s minuscola è sempre un’impresa ardua, il padre di tutti i romanzi storici rimane Guerra e Pace che ti invito a rileggere. Comunque già solo raccontare le stesse cose che hai raccontato nel corso del capitolo e non solo come un cappello staccato, l’avrebbe resa più vissuta, per esempio a pag. 19 dopo il cappello storico, c’è la corsa del padre verso casa dove la moglie sta partorendo, due cose staccate. Prova a ripensare quel momento così: Giuseppe correva a casa, era buio, la città di Alba….. (segue la tua bellissima descrizione fino a “le doglie erano finalmente arrivate"), qui inserisci qualcosa come:
in quel momento Giuseppe non pensava ai contadini del suo paese attanagliati dalla crisi, in dubbio se abbandonare tutto e trasferirsi in città, come molti già stavano facendo essendo sempre più percepibile la subalternità delle campagne alla città. Non guardava le distese collinose attorno a lui che i contadini lavoravano a vigneti ricavandone il minimo per sopravvivere. Neppure lo sapeva che molti di loro, abbandonando una situazione di fame sempre più insopportabile, si univano proprio in quello stesso momento ad altri come loro, disperati ma patrioti, che tramavano contro la Savoia o fomentavano rivolte a Genova, lui pensava piuttosto al suo secondo figlio, in arrivo proprio ora, forse un maschio. Sì forse gli stava per nascere un maschio. E questo era più importante di Garibaldi che se va nel Nuovo Mondo deluso nelle sue aspettative o di Mazzini che ripara in Inghilterra a studiare in libertà come aiutare la sua patria disunita, vessata e vassalla.
Per il punto “cinema”, bè, molti scrittori immaginano il proprio racconto come un film, ma è un errore, un copione è un “sunto” e si affida quasi esclusivamente al discorso diretto, un libro è una narrazione di ampio respiro, dove i punti di vista possono essere molteplici, oppure uno solo, quello della voce narrante, ma soprattutto dove è possibile (e auspicabile) per lo scrittore misurarsi con le descrizioni degli ambienti e dei personaggi, cosa che il film invece “mostra” direttamente. (Uno degli errori più frequenti quando si scrive è appunto “mostrare” e non “far vivere”). Sono due linguaggi diversi. Infatti prima c’è il libro e poi la sua (non a caso si dice così) riduzione a copione. E sono rarissimi i casi in cui la riduzione non sia penalizzante. Prova a vedere il film il Nome della Rosa e poi a leggere il libro…. Nonostante abbia trovato il film bellissimo, dentro il libro ho trovato altri mille mondi da esplorare, sensazioni da provare, situazioni da vivere. Insomma devi scegliere, o la scrittrice, o la sceneggiatrice. Ma mai pensare il libro, mentre lo scrivi, come a un film, se hai fatto questo, ecco spiegato perché il pathos non è sempre presente. Il film lo affida alla recitazione, all’espressione dei volti, alle sfumatura della voce, a un carrello mobile, piuttosto che fisso, a un primo piano o a un fondo lungo. Il libro lo affida alla penna e alla non paura dello scrittore di esprimere sentimenti (anche quando possono rivelare i propri).
Il vero problema è che oggi la scrittura è sempre più identificata con il linguaggio dei social, che servono esclusivamente a comunicare dei fatti, la parola letteraria invece non deve meramente comunicare, ma deve contenere poesia, La grande industria editoriale e mediatica non è in grado di parlare la lingua del mondo. Parla la lingua dei media, con tutta la sua superficialità e disattenzione all’essenza. La lingua di oggi è, per dirla con Pasolini, comunicativa ma non espressiva, né tantomeno innovativa. Non c’è più l’inventio. Il lettore di oggi apre un romanzo ma gli viene imposta la lingua della cronaca. La narrazione è altro. È lo stupore della parola.
Rossana Cilli 2023
di Laura Cosso
pubblicato da Swanbook editore 2022
Colpisce nel libro di Laura Cosso all'inizio soprattutto la scrittura matura, sapiente di chi, pur essendo al primo romanzo, ha grande dimestichezza con la penna e il linguaggio, per cui è folgorante nella ricerca delle metafore e delle parole più appropriate, dunque potente (fin troppo in certe pagine di esplicita descrizione dell’atto sessuale) nell’esprimere concetti che qui sembrano sottendere una sorta di psicodramma nel quale sono coinvolti tutti i personaggi del libro e segnatamente Vittoria, Carlo e Andrea. La storia è infatti una sorta di cammino dentro il Purgatorio privato di Vittoria e dei suoi sensi di colpa nei confronti della sorella maggiore, affetta da un ritardo mentale e morta suicida, ma è anche uno spaccato della realtà sociale e politica del ‘68 rivisitato attraverso una serie di personaggi, i giovani dell'alta borghesia di allora, che l'hanno attraversata da combattenti, sulle barricate, col pensiero volto alla costruzione di una società migliore attraverso la distruzione delle regole precedenti, salvo poi ritrovarsi pressoché in sintonia con quelle stesse regole nell'età adulta. È dunque un libro interessante anche per ripercorrere alcuni anni particolarmente significativi della nostra storia recente.
Tra gli elementi che ben si amalgamano tra loro pur sembrando inconciliabili, ci sono uno scenario di guerra (quella in Kosovo degli anni ’90), il teatro brechtiano (Madre Coraggio), la musica, segnatamente quella di Mahler (una cui opera dà il titolo al romanzo), che sono tutti elementi che sottendono altre tragicità che qui però sono in realtà solo tutte facce di quella di Vittoria e del suo irrisolto senso di colpa.
Il finale del tutto a sorpresa sembra restituire a Vittoria la possibilità di redenzione nei confronti di questa colpa, ma in realtà lascia nel lettore l'amaro di una soluzione non-soluzione che infatti probabilmente non condurrà a nessuna salvifica catarsi nella vita di Vittoria.
Anche gli altri personaggi, soprattutto Carlo, Andrea e anche il padre di Carlo sembrano coinvolti dalla stessa Vittoria in un circolo infernale di passione e tradimento dal quale usciranno a pezzi, come se fossero stati creati per essere puniti al posto dei giovani soldati, carnefici della sorella di Vittoria, che invece mai lo furono.
L'unico personaggio “normale” sembra essere Elisa, la compagna di Carlo, la quale, consapevole di quanto le avviene intorno, riesce a costruirsi un muro di difesa attraverso l'ignorare voluto dei tradimenti del marito. Come a dire: solo con il non sapere (il non voler sapere) ci si salva.
Un libro interessantissimo, uno scavo psicologico profondo, il segnale di una maturità intellettuale dell'autrice che conduce il lettore in uno degli ambiti più inquietanti e affascinanti della letteratura di tutti i tempi: il tema della colpa, del rimorso legato alla fratellanza (in questo caso sorellanza, che ha tratti diversi e suoi peculiari). Molti autori si sono chinati sull’animo umano per scrutarlo con la loro intransigente lente di ingrandimento, desiderosi di scovare tutte le sfumature, tutte le dinamiche che lo regolano; così sono nati i grandi classici che affrontano il tema della colpa in generale e della colpa nella fratellanza in particolare, e dove perdono e redenzione offrono una possibilità di un lungo e impegnativo viaggio di ritorno da quel buio doloroso e opprimente che invade il portatore della colpa, quale essa sia. Però qui non c’è la redenzione del miserabile Jean Valjean, non c’è la redenzione di Rodion Raskòl’nikov, reo del delitto di aver ucciso due sorelle e in cerca di castigo, né l’espiazione di Amir colpevole di aver accusato l’innocente Hassan alla festa degli aquiloni. C’è piuttosto quel senso di colpa senza remissione che ci riporta lontano, a Edipo, archetipo di tutti i drammi familiari e dove egli incarna la volontà di capire quale sia la verità anche se essa porterà al dolore dell’inevitabile collasso familiare; dove la grande vergogna nei confronti di se stesso, il rimorso e il rimpianto per l’atto scellerato, generano un senso di colpa potentissimo il cui riscatto morale è possibile solo nell’oblio della cecità, cecità che si esprime qui in una gravidanza fasulla, “isterica”, inflitta a se stessa da Vittoria come punizione e, incredibilmente, anche sollievo dal peso che si porta dentro da anni. Insomma…. verrebbe da dire, che fine ha fatto Baby Jane?
La Vittoria undicenne si è già resa conto che non si è unici, l’altro è con noi, ha lo stesso peso nostro nella famiglia, ma è anche qualcuno di totalmente diverso, lo si ama con la forza cieca dei bambini, ma allo steso tempo lo si odia perché è una minaccia, tanto più che “diverso” qui assume i connotati totalmente assorbenti della malattia: troppo per una bambina di undici anni, per di più secondogenita, per cui i rapporti familiari assumono subito il contorno netto di un lama tagliente tra personalità diverse che si fronteggiano da poli opposti. C’è qualcosa del Mulino della Floss, dove i fratelli competono per l’attenzione dei genitori, ci sono fratelli che maltrattano, fratelli che tradiscono, fratelli che amano troppo, fratelli che si danno fastidio a vicenda solo perché sono fratelli. E tanto infatti ci sarebbe da dire anche sul rapporto tra Carlo e Andrea a proposito della loro complicata pseudo “fratellanza”. Sarà la maledizione di Caino e Abele o di Romolo e Remo? Della duplice storia dei fratelli assassini che è alla base di due tradizioni storiche che si sono abbastanza imparentate?
Non sappiamo, ma certo è che il riferimento alla brechtiana Madre Coraggio fa piuttosto pensare alla volontà dell’autrice di riferirsi a una madre che suscita sentimenti contrastanti (come quelli di Vittoria verso la propria madre), e a una figlia, Kattrin, che pure muore, quale unica eroina e unico personaggio ancora puro di cuore, ma (o forse, perché) incapace di esprimersi (come la sorella ritardata di Vittoria), mentre la guerra che è sullo sfondo, che è voluta dai "grandi" ma che colpisce la vita della povera gente, delle persone diventate cieche e insensibili, quasi abituate a tutta questa distruzione e ingiustizia, rimette, (o tenta di) le giuste proporzioni tra la “grande” vicenda collettiva che si sta sviluppando in Kosovo e la “piccola” questione privata di Vittoria.
Ma infine non ci dimentichiamo che la Musica ha un ruolo fondamentale in questo racconto.
Qui segnatamente viene scelta quella di Mahler, e non è un caso.
Mahler lavora nella Vienna di anni cruciali, ha un sodalizio importante con Bruckner e Hugo Wolf e contribuisce alla nascita di quei nuovi linguaggi artistici che vanno sotto il nome di seconda scuola di Vienna, mente Freud sempre a Vienna fonda la psicanalisi, una teoria innovativa sui modi di conoscere e dominare i processi inconsapevoli della mente umana attraverso domande e risposte, un po’ come fa Giulia (nel ruolo di psichiatra) con Vittoria (nel ruolo di paziente).
E l’autrice, di Mahler sceglie in particolare La Vita Terrena, un lied che è un’autentica meditazione interiore, composta nella consapevolezza della morte imminente e per questo intrisa di profonda drammaticità, ma dove nel finale, l’autore sembra raggiungere una compiuta serenità grazie alla rinuncia alla propria individualità, e sperimenta un autentico risveglio spirituale: dunque appunto l’accettazione dell’avvicendarsi della vita e della morte.
La sorella di Vittoria è morta, ma il suo bambino è emblema di vita. Peccato però che lui – se abbiamo ben colto il senso - esista probabilmente solo nella mente disperata di Vittoria.
Rossana Cilli 2023
Offline Website Maker